06/07/18

Recensione di Neppure il silenzio è più tuo di Asli Erdogan

Trama C’è una donna sola per le strade deserte di Istanbul. Sta cercando di tornare a casa, ma non riesce più a orientarsi. Le vie un tempo conosciute le sembrano deformate e irriconoscibili. Al suo fianco un cane randagio che, fiutando il suo smarrimento, la guida fino a un incrocio. Adesso tocca a lei scegliere la strada da imboccare, nessuno può indicargliela: può assecondare il silenzio che domina ovunque o può abbatterlo con la forza delle parole. Quella donna è Aslı Erdoğan e all’alba del 16 luglio 2016, all’indomani del cruento tentativo di colpo di stato e nonostante l’imminente repressione dei diritti civili in Turchia, decide di non cedere all’indifferenza, ma di far sentire la propria voce. Decide di essere la prima donna a non avere paura di spezzare quel silenzio assordante, simbolo di un dolore troppo grande da ignorare. Perché non può e non vuole far finta di niente di fronte alla violenza cieca di un governo fin troppo abile nel mettere a tacere i testimoni scomodi. E sa bene che c’è solo un modo per farlo: guardare negli occhi una realtà indicibile alla ricerca di quelle parole che possano generare un grido di indignazione. Un grido di denuncia contro la falsità del potere che priva i cittadini dei loro diritti. Un grido di resilienza contro l’assurdità della condizione umana. Per non essere complice dei colpi che hanno spezzato la vita di donne e bambini innocenti. Per non decidere della sorte di centinaia di uomini che con fatica e dignità cercano di rialzare la testa sotto cumuli di macerie. Per colmare quel vuoto lasciato da uno stato tiranno e restituire a ogni singolo cittadino, senza distinzione, ciò che gli spetta di diritto: libertà, uguaglianza, verità. Nell’agosto 2016, proprio a seguito della sua attività di scrittrice, Aslı Erdoğan è stata arrestata e ha trascorso 136 giorni nella prigione di Bakırköy. Il suo unico delitto: aver osato rivendicare dalle colonne di un giornale pro-curdo la libertà di opinione e di denuncia degli orrori del governo. Neppure il silenzio è più tuo raccoglie alcune delle sue pagine più belle nelle quali la scrittrice e giornalista diventa emblema della resistenza femminile e grida gli ideali che animano la propria lotta intellettuale e assoluta. Nella speranza che quest’opera possa davvero sgretolare il silenzio, almeno là dove le sue parole hanno ancora diritto di cittadinanza.

Di Turchia finora non mi pare di averne attivamente letto. Ho avuto una vaga infarinatura grazie a Kobane Calling di Zero Calcare, assolutamente esaustivo  e ben fatto, ma di persone del posto no. E' comunque un tema d'attualità difficile da comprendere e seguire. Sono zone del mondo complesse.

Asli Erdogan (penso solo a cosa voglia alzarsi ogni mattina con il cognome del "celebre" leader turco) è un'opinionista che scrive per i giornali curdi, ha già pagato con mesi di prigionia la sua voglia di libertà di stampa e con questo volume ci dona vari suoi importanti scritti.

Certo, non dormiamo, ma la Turchia sembra un paese d'avanguardia nonostante tutto. Purtroppo nasconde molto.
Ad esempio il riconoscimento della strage armena da parte del parlamento tedesco il 2 giugno 2016 non è visto come un problema da parte del governo turco. D'altronde, non è mai successo, no? La si nega, così come il razzismo, per esempio verso i curdi.
La storia a posteriori sembra sempre diversa, al momento, poi c'è spesso poca reazione, tutto è abitudine. Infatti alzare la testa in Turchia è difficile.
Ma secondo la scrittrice occorre denunciare, non si può essere complici, tacere. Lei comunque spesso è in difficoltà a scrivere perché come si può scrivere di torture, violenze, bombardamenti con distacco e però facendo capire, percepire quel che vuol dire? Le parole sembrano nulle di fronte all'orrore.
Non aiuta la mancanza di libertà, tra cui di stampa, per cui la Turchia risulta al 151mo posto, davvero, davvero in basso. Oppure la violazione della privacy, che Asli Erdogan subisce sempre nella sua casella mail.
L'autrice trova molte similitudini con la Polonia nazista, più volte citata, anche per quel che riguarda l'arrivo degli ebrei in Palestina nel 1948.
Quel che stupisce è che i torturatori delle carceri siano persone comuni, con una vita, però le torture restano imperdonabili, indimenticabili, senza fine. Per non parlare di quanto i diritti umani siano calpestati: donne maltrattate, uccise, violentate, come in molte parti di Africa, oriente ed Asia. E non solo loro, durante le torture, ma anche più in generale uomini e bambini, dentro e fuori le carceri. Possiamo parlare anche del divieto all'aborto, creando situazioni pericolose.
E, nel caso dei torturatori, raramente pagano. Vengono assolti, a volte nemmeno portati in tribunale, se non addirittura promossi!
Basta nulla per finire nei guai, fare propaganda contro le torture dei bambini nelle carceri come essere parenti di coloro che vengono bombardati. Anche solo essere giornalista è sufficiente per finire in carcere o subire ritorsioni, come accaduto durante il tentativo di colpo di stato del 16 luglio 2016, la repressione è stata dura.
Nonostante ciò ci sono fenomeni di protesta pacifica come le "Madri del sabato" e le "Staffette per la Libertà", la prima un gruppo di madri che si ritrova ogni sabato davanti al liceo Galatasaray a Istanbul per denunciare la scomparsa dei propri cari e la seconda è un presidio  di due ore di fronte al carcere Babirkoy sempre ad Istanbul per stimolare il rilascio di giornalisti ed intellettuali.
Purtroppo ho fatto fatica a seguire sempre il volume perché la prosa non  sempre facile da seguire e non conosco così bene i fatti locali, non riesco a comprendere appieno quella cultura.

Io spero sempre che le cose possano migliorare e che la giustizia possa seguire davvero il suo corso. Purtroppo non è facile e si tratta di battaglie titaniche, di difficile vittoria.
L'opera di Erdogan e di altri come lei è prioritaria, così come la diffusione di questi scritti. Se i crimini si conoscono, non si può ignorare la loro esistenza. Si deve poi agire, però, questo è il compito più arduo.

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