13/04/18

Recensione di Bulle da morire di Emanuela Da Ros

Trama: 
"Ho appena iniziato la mia prima estate dopo la prima liceo... Mi rendo conto solo ora di aver sbagliato tutto."


Primo anno di liceo. Stefania e Giada sono migliori amiche e compagne di banco da sempre. Giada è una ragazza mite, introversa, amante della natura, che adora passare il tempo libero in campagna, nella stalla di suo nonno. Forse è per questo che Eli e Bea, considerate le più belle della scuola, iniziano a prenderla in giro e a emarginarla. Stefania se ne rende conto, si sente in colpa nei confronti dell’amica ma non vuole essere tagliata fuori dal gruppo. Così decide di ubbidire alle due “cattive” e di ignorare Giada. Una scelta che la tormenta, una scelta quasi obbligata. Stefania entra a far parte del trio insieme a Eli e a Bea, inizia a truccarsi, a postare selfie ammiccanti sui social e si trasforma giorno dopo giorno in un clone delle due bulle. Finché una sera, in discoteca, la situazione precipita...


Di primo acchito non avrei letto questo romanzo. Mi sembrava anche troppo adolescenziale rispetto ai miei soliti, ma delle buone recensioni mi hanno spinto a rivalutarlo ed a provare.

Ste e Giada hanno appena cominciato le superiori, la prima liceo artistico e la loro vita cambierà.

Giada, da sempre amante della natura, sogna di andare a lavorare nella fattoria del nonno e sarà questa spontaneità ad essere il suo tallone d'Achille perché Eli e Bea, le stronzette che quasi ogni liceo ha, porteranno la classe dalla loro. Giada verrà ostracizzata e quanto è peggio è che Ste passa dalla parte delle bulle per terrore di essere estromessa dal gruppo. Sono le it-girl della classe a dettar legge.
Dunque Giada si troverà sola ed evitata anche dalla sua unica e migliore amica che, in barba al senso di colpa, fa vincere la codardia in un crescendo negativo praticamente senza fine.


Il primo pensiero è sperare per i miei figli che non venga loro in mente mai di comportarsi così perché la punizione buona sarebbe chiuderli in casa a vita. Poi penso che non sono femmine. I maschi non sono santi, ma nemmeno sono perfidi come noi donne.
Eli e Bea sono, mi correggo, delle vere e proprie zoccole. Al posto di Ste  al primo tiro mancino (e gliene faranno di pessimi!) di quelle sanguisughe (altro non sono!) avrei fatto marcia indietro a costo di scontarla.
Ste non è mai stata davvero una bulla, ma proprio una pecora, una codarda e le bullette lo hanno sìfiutato. Io non sono un campione di coraggio e, forse, in un momento cruciale a fine libro, credo proprio che mi sarei comportata come lei, ma non avrei mai abbandonato la mia amica in cambio della popolarità.
Mi sono ritrovata molto in Giada. Sono sempre stata diversa, ma ho sempre trovato un motivo per non omologarmi anche se questo a significato un'adolescenza quasi in solitudine e ricca di sfottò, raramente per mia fortuna veramente pesanti e duri. Il risultato è essere sempre stata sicura delle mie scelte e capace di scontare lo scotto dei miei errori, capace di rifiutare quanto che per me era assolutamente inaccettabile, sicura di andare avanti una volta scelta la strada, non importa se altri avevano altre idee in merito. Certo, ero una musona, triste, solitaria, pesante in tutti i sensi, desiderosa di affetti e compagnie, ma anche sicura circa in quello in cui credevo e di quanto volevo o meno.
Da questo punto di vista non mi sarei mai potuta trovare nelle situazioni assurde vissute da Ste.

Questo romanzo ci parla di una piaga tutta moderna. I bulli ci sono sempre stati, ma erano pochi, meno organizzati, i genitori più seri. Oggi sembra un fenomeno di massa, potenziato dai social network, dalla tecnologia e da genitori che non seguono metodi educativi, troppo presi dal lavoro e sicuri che i loro ragazzi siano angeli, pronti a difenderli anche nel torto o incapaci di vedere la verità.
E quel che si è pronti a fare per essere accettati dal gruppo non ha limiti. Infatti è tutto il gruppo a correre dietro a due idiote che hanno scelto la vittima, fatalità una ragazza capace di difendersi, però nel modo sbagliato. Per sua fortuna, nel romanzo, la ragazza quasi mai si fa scalfire e resta se stessa benché si intuisca che inizia a sentire alcuni colpi. Non ho mai subito tale livello di bullismo (Whatsapp e Facebook ancora non esistevano in ogni caso), raramente (ricordo qualche spinta e atteggiamenti aggressivi e non solo semplicemente e ilari in maniera umiliante), oppure mi sapevo estraniare bene nel mio mondo, ma credo che se avessi vissuto così duramente i fatti, sarei crollata assai presto.
I vari dialoghi (genitori- figli e figli-amici) sono sempre più complicati. In pubblico si sente la spinta sociale ad essere "i mejo", anche se significa ferire gli altri, in privato non si vuole far vedere certi aspetti di sè alla famiglia, ci si finge santi, senza il gruppo non ci si permetterebbero troppe libertà. Infatti insieme si è leoni, da soli...
Poi bè.. Le convinzioni delle bulle sulle diete e l'alimentazione mi fanno pensare che si siano bruciate i neuroni a furia di diete!
Crescere è difficile, oggi giorno ancora di più e compiere le scelte giuste è titanico, nella società dell'apparenza e del tutto è possibile.
Spero davvero, in questi momenti, di fare un buon lavoro coi miei figli. Che non siano vittime nè carnefici. Possibilmente nemmeno spettatori.Una risposta non ce l'ho.

Per quanto riguarda il romanzo, peccato per un finale talmente repentino e vagamente aspro che credo fosse lo scopo del libro. Immaginare cosa potrebbe accadere e stimolare un dibattito.
Il linguaggio però è preciso e abbastanza forbito (meno male che Ste non è una secchiona), ma allo stesso tempo scorrevole e colloquiale. Questo libro è dedicato ad un pubblico molto giovane e secondo me questo modo di scrivere conquista uno studente perché comprensibile ed al contempo capace di arricchire.

Questo è un ottimo esempio di romanzo di formazione dove la voce narrante è della complice del carnefice e non quella della vittima.

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