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12/02/17

Recensione di L'alba di Elie Wiesel


Trama: Palestina, una calda sera d'autunno, un anno imprecisato tra la fine della Seconda guerra mondiale e il riconoscimento dello stato d'Israele. La resistenza ebraica lotta in Terra Santa contro il mandato britannico. Gli inglesi impiccheranno all'alba il prigioniero David ben Moshe, e i clandestini ebrei hanno deciso che, nello stesso momento, risponderanno giustiziando a loro volta un ostaggio, il capitano John Dawson. L'ingrato compito tocca al giovanissimo Elisha, emigrato in Palestina dopo aver vissuto l'inferno dei lager nazisti e dopo aver perso la sua famiglia. Durante la lunga notte che precede l'esecuzione, la mente del ragazzo è visitata dai ricordi: Elisha vede suo padre, sua madre, il suo maestro e il bambino che lui era. Le loro ombre sono lì, nel nascondiglio della resistenza, non per condannare l'atto che sta per compiere, ma perché il dramma di Elisha è il dramma di un'intera civiltà e di tutto un popolo. Un popolo che, per sopravvivere, dovrà imparare l'odio e la guerra. Narrato in uno stile scarno, di grande potere allusivo e metaforico, il tragico passaggio dal ruolo di vittima a quello di carnefice si dilata fino ai confini di una più ampia riflessione: sul destino dell'uomo, sul come e sul quanto la presenza di Dio possa influire su tale destino.

Non conoscevo questo autore di fama internazionale e sopravvissuto ai campi di concentramento. Informazioni che ho comunque appreso dopo e che per questo mi hanno stupito.
Infatti il protagonista è Elisha, un ragazzo misteriosamente sopravvissuto ai campi di concentramento. Nel suo paese d'origine (la Polonia, presumo) non vuole tornare ed allora ottiene la fortuna di essere ospitato ed adottato dalla Francia (bei tempi di intenti condivisi. Oggi invece un muro qui e uno lì). Vuole studiare Filosofia alla Sorbona, scoprire il perchè del male di cui è stato oggetto con altre migliaia di ebrei e diversi. Ma il suo progetto verrà stravolto perchè Gad lo rintraccia e lo incanta con parole sul destino ebreo. Gad fa parte del Movimento, un'associazione terroristica palestinese che combatte per uno stato ebreo. Il motto del Movimento è che gli ebrei sono sempre stati rispettosi. Ora basta. La loro bontà li ha portati all'annientamento. Dunque combatteranno ed uccideranno.
Gli inglesi in territorio palestinese hanno catturato un terrorista, David ben Moshe. Il suo destino sarà la condanna a morte. Dunque i terroristi contrattaccheranno la medesima mattina condannando a morte John Dawson, un milite inglese. Il giustiziere sarà proprio Elisha che non è che sia infestato dai ricordi, quando parla io vedo proprio uno stuolo di fantasmi che lo perseguita. E dopo un campo di concentramento e l'esperienza terrorista è il minimo!
Quel che mi lascia a bocca aperta è che Elisha partecipi al terrorismo pur avendo patito i campi di concentramento!! Ma come fai? Non so se avrebbe potuto dire "No" una volta individuato, però perchè cedere subito? Capisco anche la voglia di raddrizzare il torto, ma fatico a condividerla. Infatti dei dubbi li ha anche lui nel momento clou.
La narrazione è magistrale. Un libro scritto in maniera semplice, scarna, diretta. Attrae alle pagine proprio per questo. Strappa il cuore senza bisogno di tecnicismi. CI presenta un ragazzo che ha vissuto troppo, che deve fare scelte impossibili e che avrebbe diritto ad una vita davanti. Affrontiamo i suoi dubbi e paure. Gli altri vengono presentati, ma sono un contorno e prigionieri come lui anche se lui ha scelto di entrare ed andare a combattere lì, non è nato coinvolto. Solleva tanti dubbi e secondo me sarebbe fonte di costruttivi dibattiti.
E come la vita non sappiamo come finirà la storia. Solo un attimo e nulla più.
Chapeau a Wiesel.


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