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18/04/19

Recensione de I ragazzi hanno grandi sogni di Alì Ehsani e Francesco Casolo

Trama: Fuggendo dall’Afghanistan, Alì e suo fratello avevano un sogno: arrivare in Italia.

Ma quando finalmente il tredicenne Alì lo corona, scopre che le sfide non sono affatto finite. 

“Vivo in un centro d’accoglienza, non ho soldi, né documenti, né una famiglia. Non esisto.” È con tale durissima realtà che deve fare i conti. Ma Alì non si arrende, non perde mai l’ottimismo né la speranza, e ce la fa. Questa è la sua storia. 

Alì è un ragazzino di tredici anni quando vede Roma per la prima volta. La sua epopea è durata cinque anni. Insieme al suo paese, l’Afghanistan, ha dovuto dire addio ai genitori, finiti sotto le bombe di una guerra civile senza vincitori né vinti, e al fratello, annegato nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere clandestinamente la Grecia dalla Turchia e aprirgli la strada. Apparentemente adesso Alì ce l’ha fatta: è finalmente in Europa, il suo grande sogno. Ma, capirà, non c’è tempo per riposarsi, nessun momento di tregua: adesso bisogna integrarsi e sconfiggere i pregiudizi. Dove trovare le forze? A quali risorse attingere? 
Gli addii si susseguono: alcuni ragazzi arrivati dalla Grecia con Alì prendono la strada della criminalità o proseguono verso altre destinazioni come Germania, Svezia e Inghilterra, giudicate da “radio migranti” mete preferibili all’Italia. 
Alì è di nuovo solo, ma sa che non deve perdere l’occasione che la vita (e suo fratello, con il suo sacrificio) gli hanno in qualche modo regalato. Perciò studia, riga dritto, scioglie interrogativi durissimi: perché prendere buoni voti se non si ha una madre a cui dirlo? Perché fare tanti sforzi se si ha sempre la sensazione di dover ripartire dal fondo della fila? 
Pur nelle sue drammatiche premesse, la storia di Alì ci parla anche di noi, del nostro mondo riflesso negli occhi di chi arriva in Italia in cerca di un futuro. E si fa storia universale, quella di un ragazzino, poi ragazzo, poi uomo, che cerca quello a cui tutti aspiriamo: l’amicizia, l’amore, l’accettazione. Insomma, un posto nel mondo.

Come sapete, il tema dell'immigrazione è a me molto caro. Lo sento vicino, vivo, importante.
Questa lettura me la aspettavo in un modo e si è rivelata diversamente, in meglio.


Entriamo subito in contatto con Alì che parla in prima persona della sua vita e parte da quel che più gli sta a cuore: il permesso di soggiorno. Tutto si blocca attorno al fatto che la burocrazia è lenta e che lo stato dei Paesi da cui gli immigrati provengono muta spesso.
Alì è terrorizzato, vuole rimanere qui, dove ha una vita e dei progetti, è stanco di doversi sempre giustificare e raccontare, come se fosse un criminale che deve provare la propria innocenza. Stufo di dover dipendere dagli altri, dover lasciare che gli altri determinino il suo destino come quello di altri ragazzi uguali a lui.
Questo ormai giovane uomo è da ammirare.
E' arrivato qui da solo, la strada non è sempre stata facile. Ha dovuto sgobbare, farsi rispettare, avere a che fare coi bulli, col disprezzo degli italiani. Ha sofferto per la mancanza di una famiglia, per la solitudine, per quello che gli altri hanno e di cui non capiscono la fortuna. Spesso li invidia, sempre costretto a correre quando quasi tutti sono chilometri avanti e li si sente sempre indietro.
La vita qui per un ragazzino afghano è strana: i ragazzini sono vivaci, non si vestono eleganti per andare a scuola, non temono gli insegnanti che a loro volta non sono violenti o armati.

Conosciamo più da vicino i centri di accoglienza: ce ne sono di validi e di mal organizzati, dove tutto può succedere e dove i ragazzi non sono tutelati, nemmeno tra loro. C'è una grossa falla nel sistema se esiste questa discrepanza ed a nessuno interessa risanarla.
Tra i vari ospiti, pochi sono come Alì, con la voglia di farcela, la testa sulle spalle ed il prezioso insegnamento paterno per cui se si vuole essere rispettabili si deve rispettare la parola data e restituire quanto si riceve, esserne sempre degni. Molti si arrendono prima, si fanno traviare dalle facili occupazioni ed irregolarità. La stessa burocrazia lo rende possibile. Poi qui tutti a lamentarci che sono "tutti criminali, ladri, spacciatori". Certo il clima non aiuta. Però se tu dai del ladro o del malvivente ad uno, quando quell'uno si arrende, o lo si lascia in stallo perenne, lo diventa davvero. E' un processo.
Molti sono veri e propri bulli. Nei centri per giovani c'è chi comanda e chi si sottomette Alì è un grande. Non si piegherà mai.
E' da ammirare, è arrivato qui da solo e non ha mai mollato. Quando avrà un momento di sconforto molto grande, lo capisco benissimo. Ha resistito tanto, troppo. Molti sarebbero crollati ben prima.
Sa però che studiare ed impegnarsi sono la via, che nonostante la sofferenza sarà ripagato e qualcosa tornerà indietro. Purtroppo c'è chi non lo capisce e continuerà a guardarlo dall'alto in basso, con sospetto, anche se è solo da ammirare.
Secondo Ehsani il razzismo è più teorico che pratico. Ho i  miei dubbi, avendo sentito di episodi di razzismo nelle scuole nei dintorni. Gli studenti non nascono con idee come "tornatene a casa tua".
Non sono religiosa, ma ad un certo punto, quando Alì riscopre la religione, lo comprendo e capisco che lo aiuti a stare bene. Questo è fondamentalmente il compito di un credo, immagino.

Questo libro è scritto in maniera semplice e scorrevole, parla dritto al cuore e credo sia merito della competenza linguistica di Alì, acquisita vivendo qui da anni ormai, unita alla passione messa nel raccontare la sua storia e delle abilità di scrittura di  Casolo che ne ha già esperienza.
Tutti dovrebbero leggere queste testimonianze, capirle, "viverle". Non so se le persone userebbero di più la testa, ma di sicuro ci sarebbe più sensibilità. Ed è coi giovanissimi che si deve lavorare, hanno un cervello ancora aperto e pronto a cogliere i propri errori. Spero venga scelto dagli insegnanti.
Spero di aver reso giustizia al libro e di aver capito quel che ha raccontato l'autore.


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